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Quando sollevò il viso verso il cielo, due fiocchi di neve si sciolsero dentro i suoi occhi nello sfrigolare elettrico della membrana zyod. In altre occasioni non avrebbe posto la minima attenzione a quel dettaglio, ma quella notte fu diverso. Si sorprese a premere i polpastrelli sulla pelle delle guance – pelle wyak, l’ultimo ritrovato della Naidia Cop. “Più seta della seta stessa”, recitava lo slogan, e Lyber si domandò che cosa volesse dire. Poi, così com’era arrivato, quel pensiero svanì e lasciò il posto alla sorpresa delle proprie dita che si chiudevano e riaprivano con fatica. Inclinò la testa e osservò le macchie d’olio sui palmi delle mani.

L’augmented comunicò un nuovo messaggio al sistema limbico artificiale. “Dolore,” computò. Ma che cos’era il dolore? Chiederselo non aveva mai avuto importanza. Con quelle sue labbra cucite in un perenne sorriso, soffiò una nuvola invisibile nell’aria fredda. Aveva visto bambini fare quello stesso gesto nei video associati all’esperienza “neve”. Inclinò la testa e attese. Non accadde niente ma, se avesse avuto parole per comprenderlo, avrebbe associato a quella mancanza la parola “delusione”.

I suoi sistemi uditivi suggerirono la presenza di vita alle sue spalle. Non provò l’impulso di scappare ma, per la seconda volta in quella sera, la serie di 0 e 1 che costituivano il suo cervello trasmise immagini di ribellione. Sollevò un piede e lo affondò nella neve fresca. Sollevò l’altro piede e mosse un passo. Quel soffice pavimento bianco, decise, era una superficie divertente su cui camminare. “Divertente” e non “insolita”. Si soffermò sulla scelta linguistica che aveva appena operato: che cosa separava l’insolito dal divertente? Ricercò la risposta nel suo motore interno ma l’augmented si limitò a fornire la definizione dei termini. Mosse un altro passo oltre la corteccia secca di un albero inclinato e puntò gli occhi sempre aperti verso le luci aranciate della prima casa sul suo cammino.

“È insolita,” si disse “perché solitamente cammino sul linoleum. Questa superficie richiede uno sforzo insolito. È divertente perché i piedi affondano. Questa superficie è come mancare un gradino senza cadere. Perciò è divertente.”

Un nuovo fremito negli 01 comunicò soddisfazione. Aveva dato una buona risposta, aveva imparato una nuova esperienza. Più grande di qualche ora prima, adesso sapeva che cosa fosse la neve, che cosa fosse il dolore, che cosa significasse provare divertimento. Si domandò se l’umanità fosse iniziata con quelle stesse domande, con quelle stesse risposte. Poi ruotò il viso verso un cespuglio e la sua attenzione fu catalizzata dalle rose addormentate che l’inverno aveva ricoperto di ghiaccio. Allungò una mano per sfiorare un petalo.

“Le rose trovano divertente la neve?” si domandò.

L’augmented trasmise l’elenco di risposte alle queries “rose + neve”, evidenziando i contenuti di manuali di botanica. Nessuna traccia di divertimento ma, pensò, neanche in Lyber si supponeva traccia di emozione.

Il sorriso perenne coincise con il suo stato d’animo per un istante. Seguì lo sparo, il foro nel sistema centrale, il blackout dell’augmented. Solo i sistemi uditivi continuarono a registrare voci distorte.

Passi in avvicinamento. Grido di donna. Brusio. Sportelli che sbattono. “Ci scusi per il disturbo, signora. Abbiamo dovuto abbattere questo pericoloso androide.”

01110000 01100101 01110010 01101001 01100011 01101111 01101100 01101111 01110011 01101111?

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Ember

A.I. writer e scrittrice creativa. Creo narrazioni per la carta e per i videogiochi. Racconto storie, plasmo mondi, distillo l'inconscio. Con attenzione ascolto e con sete e fame osservo.

1 commento

Alice · luglio 31, 2018 alle 10:09 pm

Ah, il buon vecchio trope delle AI capaci di provare più umanità degli esseri umani… Devo dire che non stanca mai, anche perché la considero una possibilità che potrebbe realisticamente realizzarsi nel non troppo lontano futuro. Magari sono io quella disfattista… leggere troppa roba distopica avrà avuto sto effetto su di me :’D
Comunque, ogni volta che scrivi un racconto-lampo come questo, mi lasci con una curiosità assurda, sai? È un quadretto così breve che non lascia spazio a molti dettagli circa cosa stia succedendo di preciso, come il robot si sia trovato a passeggiare sulla neve o perché (sebbene ne abbia una idea)… ma da amante dei racconti di 110 parole quale sono sempre stata, apprezzo tantissimo l’incisività di una composizione così breve. Colpisce proprio perché senza fronzoli.
Certo, mi piacerebbe poter dire di saper leggere il codice binario (perché suppongo che l’ultima frase sia, appunto, una frase), ma anche così penso di averne capito il senso generale :’D

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