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Colonna sonora consigliata: Aces High – Lullaby Rendition by Rockabye Baby

Fu il suono di quella risata a svegliarla. Serpeggiava nell’aria, scansava ostacoli, si dirigeva verso la preda. Melili aggrottò le sopracciglia: non poteva fare molto altro, con i polsi e le caviglie bloccati. Trattenne il respiro, immaginando di potersi rimpicciolire al punto da dissolversi nell’oscurità. La familiare sensazione di uno scalpello che le scavava il petto per sottrarle il cuore si fece a mano a mano più reale, a mano a mano più pressante. Espirò, sconfitta. Era in trappola.

Uno scatto e la botola si sollevò. La freccia di luce improvvisa le ferì gli occhi, mise a nudo la sua fragilità. Melili tentò invano di nascondere il viso dietro il braccio sollevato mentre una platea di denti bianchi si aprivano in un ghigno e occhi acquamarina e smeraldo si spalancavano nello stupore. Per essere bella, era bella davvero.

“Balla per me!”

Il sussurro non si fece attendere. Come ogni giorno, dita appiccicose le percorsero il corpo, scorrendo, fameliche, lungo le sue gambe sottili, sparendo sotto la gonna, sollevandole il mento. Era a quel punto che la risata si avventava sulla preda, lanciandosi su Melili come la rete argentea di un pescatore; seguiva la tortura: invariabilmente, sempre la stessa. Gli occhi di Melili si spensero e, banali vetrini colorati d’azzurro, non opposero resistenza. Il dolore ai polsi e alle caviglie si fece più penetrante mentre le dita la costringevano a roteare su se stessa, sempre di più, sempre di più, finché, tesa come un elastico, Melili non si ritrovò a volteggiare in vortici di dolore che la risata osava chiamare ballo. Poi, di colpo, tutto finì. L’interesse era scemato, i denti ghignanti richiusero il proprio sorriso, gli occhi acquamarina e smeraldo distolsero lo sguardo. Calò di nuovo il buio, la serratura scattò, la risata, sfumata nel silenzio, si allontanò, ormai annoiata da quel gioco sempre uguale.

Melili risollevò la testa. Con la fronte sudata e lo sguardo febbrile, trattenne un conato e strinse i denti.

“Mai più,” si disse.

Mai più.

La caviglia destra fu la prima che liberò con un colpo secco. Seguì il polso sinistro, che fendette l’aria abbassandosi. Il destrò arrivò subito dopo e afferrò l’asta di metallo che le perforava la carne e la teneva bloccata sul posto. Puntò i piedi, piccoli piedini fasciati di rosa, contro la base dell’asta liscia e gelida e cominciò a spingere per sollevarsi. Per ogni centimetro di pelle che si liberava, il dolore pulsava, rosso scarlatto, dietro i suoi occhi. Ma aveva la stessa consistenza del miele, quel sapore di libertà, e lo stesso profumo. Melili prese un profondo respirò, strinse i denti e le dita intorno all’asta fino a rendere bianche le nocche, si sollevò e, con un solo, lunghissimo scatto, ricadde a terra, libera. Si portò le mani alla schiena: un profondo canale le era stato scavato sulla pelle, trapassandola da parte a parte. Non sarebbe andata lontano, lo sapeva. Ma qualsiasi destino, persino morire, sarebbe stato meglio di vivere in quella condizione.

Melili richiamò a sé le ginocchia. Scattose, quasi arrugginite, le gambe risposero al comando. Si tirò in piedi e mosse un passo instabile verso la botola. Si sollevò sulle punte e spinse con tutte le proprie forze per aprire una fessura. Questa volta la luce non le ferì gli occhi mentre si arrampicava sul legno e si lasciava scivolare fuori dal carillon. Atterrò in un grazioso inchino e sollevò gli occhi, vetrini azzurri brillanti di vita, verso la finestra. Una sfera appesa a un filo di stelle proiettava una fulgida luce lattea sulla scrivania. La raggiunse trascinando la gamba destra, ormai tesa e rigida mentre le forze l’abbandonavano, e sollevò le braccia in un ultimo, flebile arabesque.

Per quella luna eterna, per lei, sì, avrebbe ballato.

4

Ember

A.I. writer e scrittrice creativa. Creo narrazioni per la carta e per i videogiochi. Racconto storie, plasmo mondi, distillo l'inconscio. Con attenzione ascolto e con sete e fame osservo.

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