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Il Tempo e io non siamo mai stati grandi amici. Da bambina ne ignoravo l’esistenza, escludendolo dal cerchio iperattivo dei miei interessi. Una volta raggiunta la soglia dell’adolescenza ho cominciato a odiarlo, a ribellarmi ai suoi limiti e ai suoi divieti, scagliandomi continuamente in nuovi progetti, animata da una frenesia che m’impediva di rimanere ferma al mio posto. Crescendo, il mio pensiero e le mie arti si sono affinate: ho smesso di odiarlo e ho imparato a cambiare punto di vista. Tutti hanno bisogno di una nemesi, mi sono detta. La mia è il Tempo, e gareggiare con lui in questa corsa è ciò che mi rende viva.

Ritengo fermamente che la vita sia troppo breve per sprecarla rotolando da un oggi qualsiasi a un domani come l’altro, senza interrompere mai il circolo per guardare le stelle o chiedersi perché una lampadina si accenda quando premiamo un interruttore. Il fatto stesso di essere vivi, di esistere oggi, piccole briciole di un universo sconfinato, è una tale, assurda casualità, da meritarsi di essere considerato un miracolo. Trascorrere la vita senza mai pormi domande, senza bere il mondo, senza divorare ogni goccia di sapere, ogni costruzione e creazione dell’uomo, dalla scienza alla musica, dall’arte alla letteratura, sarebbe un pessimo utilizzo del mio tempo. È un’idea che, al solo pensiero, mi angoscia.

Accade quindi che mi ritrovi a essere incapace di stare ferma. Le categorie mi soffocano, i confini mi vanno stretti. Mi piace scavalcarli, aggirarmi con le mani dietro la schiena e un sorriso soddisfatto tra i meandri della conoscenza dell’umanità. In questo mio eterno passeggiare, sfioro tutto ciò che posso toccare – sono il genere di persona che, di fronte a una console, premerebbe tutti i pulsanti, soprattutto quello rosso che, com’è risaputo, non bisogna mai toccare. Ed è così che la notte chiacchiero spesso con il Tempo, negozio cinque, dieci ore in più per poter riposare, terminare un progetto, scrivere un nuovo racconto, leggere un nuovo libro, seguire un nuovo corso, imparare una nuova scienza, vivere ancora, ancora, disperatamente di più.

In questi giorni è stata stipulata una tregua. Il Tempo mi ha concesso di dilatare i minuti, rendendoli interi giorni. In cambio, però, ho dovuto sacrificare qualcosa. Sul momento mi è parso ragionevole, sebbene mi sia costato molto non avvicinarmi a queste pagine, non chiudere gli occhi e lasciare le visioni apparire, ignorare il sorriso di Fey e i borbottii di Nïum, soffiare via il profumo della notte a Città del Vuoto. Ma avevo cerchi da chiudere e un fine-settimana per farlo.

A novembre ho vinto una borsa di studio finanziata da Google per partecipare a tre mesi di corso sul web development. La tecnologia è sempre stata una mia grande passione e l’idea di trascorrere le mie ore a imparare nuovi linguaggi mi ha fatto schioccare la lingua e lanciare uno sguardo di sfida al Tempo. Ho corso tanto e spesso mi sono sentita esausta, stremata da quel genere di stanchezza che ti lascia sfinito ma felice. A dieci giorni dalla fine del corso, tuttavia, sono piovuti dal cielo numerosi impegni: un viaggio per attraversare l’Italia e partecipare a un colloquio, una lunga traduzione da consegnare in breve tempo, numerosi contenuti da creare per una collaborazione, e ho temuto per il peggio.

Ho temuto di non riuscire a concludere il corso, a finire di cibarmi di tutto quel sapere che avrei potuto acquisire. Sentendomi sconfitta, mi sono seduta a studiare e ho chiesto al Tempo, per una volta, di lasciarmi stare, di non accanirsi, di sospendere la lotta. Per qualche strana combinazione di caso e destino, il Tempo dev’essersi sentito stanco e mi ha lasciata libera di concludere ciò che avevo iniziato, e di immergermi nell’esperienza di una nuova sfumatura di vita: il qui e ora.

Se mi guardassi indietro e facessi una stima di quale sia stata la frase che mi sono sentita ripetere più volte, potrei azzardare una risposta e, con ogni probabilità, non sbaglierei:

“Lascia perdere questi pensieri. Vivi qui e ora.”

Ogni volta che mi è stato dato questo consiglio ho sospirato. Qui e ora, qui e ora. Come se fosse davvero possibile rinchiudere i miei pensieri nella scatola del qui, legarli a un palo e vietar loro di uscire dal confine dell’ora. Come se potessi evitare di ragionare su come potrebbe svilupparsi un certo evento, o una certa trama. Come se potessi smettere di creare.

Con mia grande sorpresa, ho scoperto che scrivere codice è la mia Stanza dello Spirito e del Tempo. Mentre creavo il mio primo sito web degno di essere considerato tale, mentre progettavo lo stile di ogni singolo elemento, mentre calcolavo la logica delle funzioni perché i pulsanti mandassero un feedback appropriato in base all’input che era stato loro assegnato, il mondo intorno a me ha cominciato a scorrere secondo il suo normale ritmo, e io sono rimasta ferma. Avvolta dal verde acqua delle parole del mio text editor, ho vissuto una lunga, intensa giornata durata 72 ore. E in quell’hic et nunc ho scoperto di saper venire a patti con le brutte notizie, di saper reagire e combattere con grazia, nonostante il cuore fosse sprofondato in un abisso di gelo e paura. Ho scoperto di saper chiudere fuori tutto e concentrarmi solo sul momento presente, di avere dentro di me la capacità di vivere a fondo ogni singolo istante.

Ho scoperto di poter sconfiggere il Tempo.

A presto, miei viandanti.

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2 thoughts on “Lo Zen nell’Arte della Programmazione

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