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Riassunto degli episodi precedenti: Fey e Nïum hanno raggiunto il porto di Pige. Nel frattempo, al palazzo dei Tre Astri sorge un nuovo Signore della Guerra.

Nota di Ember.
Dopo tanto silenzio, sono finalmente riuscita a editare questo nuovo episodio. Ringrazio chi mi è stato accanto, chi non ha mai smesso di credere in me e chi ha aspettato paziente.
“Fili Rossi” è un capitolo un po’ più lungo del solito, traboccante di visioni che nell’arco di un anno mi hanno insegnato a conoscere Fey.
Vi chiedo scusa per la lunga attesa e, come pegno, vi dono queste parole ❤

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Lasciatemi spendere due parole su Pige. Se le vostre disavventure vi portano a spingervi oltre i confini del buonsenso verso le terre dimenticate del Nord, vi accadrà di finire, volenti o nolenti che siate, nell’odoroso abbraccio del porto più malfamato dei Cinque Regni. Non ne troverete altri sulla costa e vi assicuro che pregherete di non capitarvi mai più in tutta la vostra misera, sfortunata vita. Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio.

Che cosa ha reso Pige il covo di derelitti di cui tanto si sente parlare? La risposta, amici miei, non ha nulla a che fare con le tasse imposte da Li alla libera navigazione. Né c’entra qualcosa il dazio sui pellami. Suvvia, non crederete mica che il proliferare di taglie sulla testa di brave persone come il rìshí Fey Long possa aver incentivato la nascita di bande di poveracci senza scrupoli? Sciocchezze. Il problema di Pige, dicono, è tutto nella terra: una terra nera, ricoperta di ghiaccio, dove neanche il più testardo dei germogli riesce a piantare radici. Ma la gente, credetemi, ha imparato a prendere la questione con filosofia. Manca il grano? Pazienza, mangiano selvaggina. Manca la selvaggina? Pazienza, mangiano gatti. Non ci sono più gatti? Pazienza, si consolano dal vecchio Lario.

Eccolo là che saluta con la mano, tutto rattrappito sulla porta del suo negozietto. Le generazioni future lo ricorderanno come un visionario, colui che prima di tutti annusò nell’aria gli affari quando attaccò la promettente insegna di quella che sarebbe diventata l’attività più lucrosa di tutta Pige:

“Pelli & Puttane. Non sputate per terra”

Ed è da questo stesso negozio che vediamo uscire Fey Long, con un sorriso compiaciuto dipinto sulle labbra e il braccio piegato di fronte a sé. Stava testando l’elasticità del nuovo abito antracite. Si era dovuto accontentare di un banale shenyi di ramia, ma la pelliccia di möse stretta in vita da una spessa cintura di cuoio incontrava i suoi gusti. Annuì per l’ottima scelta e sollevò lo sguardo sul ridente porto di Pige. Di fronte a lui, file e file di bancarelle malconce si snodavano sulla banchina. Aguzzando la vista scorse Nïum allontanarsi da una briccola d’ormeggio e piantare gli occhi in faccia a un tizio mentre lo afferrava per il colletto. La pacifica contrattazione del prezzo della carne doveva essere un concetto estraneo alla mente del Ballerino.

Un grugnito di fame distolse Fey dai suoi pensieri e lo costrinse a puntare gli occhi sul proprio stomaco. Irretito dal profumo di arrosto che serpeggiava nell’aria, decise di rimandare la ricerca di Va’Ilā a un secondo momento. Quando il fiuto lo condusse alla bancarella da cui si sprigionava l’intenso profumo rimase deluso nel constatare che di arrosti non c’era neanche l’ombra. Un vecchietto gli rivolse un sorriso tutto gengive mentre rigirava sulla brace le collane di pulci della neve abbrustolite.

“Una collana per il bel signore?” chiese il vecchio, afferrando le pinze al suo fianco. Le punte arrugginite ghignarono in direzione di Fey.

“Magari un’altra volta…” mormorò il rìshí spostando lo sguardo sugli oggetti ripescati dal mare che la moglie del vecchio stava mettendo ad asciugare sotto i pallidi raggi del sole. Inclinò la testa e allungò la mano verso un fermaglio per capelli. Lo sentì pulsare sotto i polpastrelli e se lo rigirò un paio di volte davanti agli occhi. Era stato ricavato da un carapace e levigato dalle carezze incessanti delle onde del mare. I dentini non avevano subito danni e il fiore che lo decorava lo occhieggiava con curiosità, nascosto com’era sotto l’ultimo petalo ancora chiuso.

“A quanto lo vendete?”

Dopo qualche istante di perplessità, Fey allungò il fermaglio sotto il naso della vecchia mezza cieca. Quella lo tastò, annuì e sorrise nella direzione di Fey.

“Per un bel signore come voi, dieci monete di rame. Prezzo speciale!”

Fey inarcò un sopracciglio. La vecchia doveva essere convinta di averlo fregarlo – era l’unica spiegazione per quel sorriso vittorioso. Il rìshí si strinse nelle spalle, frugò nella tracolla e fece cadere le monetine sonanti sul palmo lercio della vecchia. Poi girò sui tacchi e s’incamminò verso il sentiero delle montagne, l’Amuleto della Prosperità acquistato a un prezzo ridicolo stretto nel pugno.

*

La nebbia si era aperta come un sipario su una platea di desolazione. A mano a mano che si era allontanato dal paesino per raggiungere la montagna, le misere case di mattoni si erano fatte sempre più rade, lasciando il posto a catapecchie di legno marcio e puzzolente. Si coprì il naso con una manica mentre scavalcava il cadavere di un ubriacone. I topi gli avevano spolpato occhi e guance, ma questo non aveva impedito all’uomo di continuare a stringersi al fianco l’amata bottiglia. Una nuvola di mosche ronzò e si sollevò al passaggio del rìshí, per poi tornare a saccheggiare quel bottino di carne avariata.

“Va’Ilā, sarà meglio che tu ti faccia trovare…” sussurrò Fey a denti stretti per farsi compagnia e spezzare il silenzio acuto che la neve imponeva all’erba e ai massi che delineavano i bordi del sentiero. Una fievole lingua di condensa si arricciò davanti ai suoi occhi e si dileguò. Il rìshí lanciò un’occhiata a valle e cercò Lantian tra le fronde degli alberi scuri. La sbirciò da uno spiraglio e, avvolta com’era da nuvole di umidità, gli sembrò che dormisse, cullata, come tutto in quel luogo, da un silenzio che attendeva solo la giusta domanda per essere spezzato.

Prese un respiro profondo e si accovacciò a terra. Accarezzò con delicatezza la neve e chiuse gli occhi, rimanendo in ascolto. Vorrei dirvi che che stava meditando e allineando il suo qi al respiro del Mondo. O che stava cercando indizi su dove trovare l’oracolo. Oppure che stava assaporando la sensazione della neve sui polpastrelli nudi, affidando al tatto il compito di spiegargli il concetto di gelo. Ma la verità, amici miei, è che ciò che passa per la testa di un rìshí, e perché faccia ciò che fa, sono un mistero ad oggi senza risposta. Ciò che posso dirvi è che il nostro Fey Long affondò le dita nella neve, afferrò un sasso e si voltò di scatto per lanciarlo alle proprie spalle. La pietra rimbalzò contro l’aria in un suono metallico e atterrò nella neve come un disco rovente. Impronte di zampe palmate comparvero e si dissolsero l’una dopo l’altra, allontanandosi lungo il sentiero.

“Ehi! Dove credi di andare?!” Fey si rimise in piedi di scatto e strinse gli occhi per non perdere di vista le impronte. Le seguì per due tornanti, tentando più volte di impedirne la fuga goffa e dinoccolata. Quando le impronte si fermarono di fronte a una pietra miliare, fece scivolare a terra l’ennesimo sasso che aveva afferrato per colpire Va’Ilā.

“Allora, hai intenzione di ascoltarmi o dobbiamo continuare a correre ancora per molto?” Fey fece per avvicinarsi alle impronte ma la neve si sollevò in un tornado in miniatura, bloccandogli la strada. Il rìshí ridusse gli occhi a due fessure e fece un respiro profondo. Sollevò una mano mentre l’altra correva alla tracolla e ne estraeva il pugnale rituale. Lo portò all’altezza dell’altra mano e, tenendolo bene in vista, lo affondò nella pelle, tagliandosi il palmo. Poi s’inginocchiò e posò la mano a terra. Il sangue si diffuse nella neve tutt’intorno in un intricato nodo e salì in rivoli verso la pietra miliare, come se un vento affamato lo stesse risucchiando. D’un tratto, un tornado di ghiaccio e fiocchi di neve si sollevò da terra e si allargò vorticando, scoprendo a poco a poco dei piedi palmati, delle cosce verdi maculate, una base di legno, l’intero altarino intagliato.

Fey sorrise, strinse la neve nella mano e tirò i rivoli di sangue che lo legavano all’altarino come fili rossi.

“Mi hai fatto correre un bel po’, oracolo ambulante. Ma so che sei disposta a parlare, quindi ti ho portato un regalo per ringraziarti della tua fedeltà…”

Un suono di campanellini dapprima incerti, poi sempre più frizzanti, si levò dall’altarino.

“Che impaziente…” Fey infiò la mano nella tracolla alla ricerca dell’Amuleto della Prosperità e lo agitò davanti all’altarino come una bacchetta d’incenso dal profumo inebriante.

“Ecco qua. Come vedi, dico il vero…”

La tenda rossa dell’altarino si scostò di scatto e un braccino di fumo nero si sporse oltre gli intagli, implorando. Fey schioccò la lingua.

“Prima le buone maniere, da brava. Parliamo.”

Il braccino s’irrigidì e si ritrasse nell’altarino. Passò qualche istante di silenzio, poi un unico scampanellio stizzito risuonò nell’aria.

“Non hai perso la tua ragionevolezza, vedo. Te ne sono grato e andrò dritto al punto. Sei sempre stata la mia preferita, Va’Ilā, e non mi aspetto meno del tuo più completo aiuto. Ti offrirò questo dono in cambio di risposte alle mie domande. Sii buona e mi ricorderò di te quando attraverserò di nuovo i Padiglioni di Perla.”

Volatile come ogni Va’, l’oracolo non ci pensò due volte. I campanellini vibrarono nell’aria in un assenso e Fey sorrise, facendo un cenno verso il sentiero.

“Molto bene. Camminiamo…”

Le gambe di rana mossero passi goffi sui ciottoli, facendo oscillare le bandierine votive dell’altarino a ogni scossa. Va’Ilā, di buon umore alla promessa di ricevere un regalo, rivolse a Fey uno scampanellio interrogativo.

“Sono stato meglio, per la verità. Ma ti ringrazio per averlo chiesto. Da quel che vedo, neanche tu te la passi troppo bene…” Fey accennò un sorriso amaro e fece un cenno della testa in direzione di Pige, marcio puntino lontano ai piedi della montagna. “Non arrivano più marinai devoti a chiederti di proteggere il loro viaggio, eh? Un vero peccato che gli Stati di Li abbiano limitato la navigazione nel libero mare… L’avrei impedito volentieri, se non fossi decaduto…”

L’oracolo si fermò. Per un istante, tutto ciò che provenne dall’altarino fu un silenzio pensoso. Fey sorrise, fiero di aver centrato l’obiettivo.

“Se mi aiutassi, potrei cambiare le cose…”

Va’Ilā rispose con un lungo scampanellio. Dapprima esitanti, poi sempre più risolute, le note d’argento si diffusero nell’aria con un motivetto marziale.

“Volentieri. Ascoltami bene, dunque, e interroga i Nodi di Va’. Che cosa sai su Feng Baihu?”

L’oracolo sembrò ritrarsi di scatto mentre uno scampanellio tremante suonava le proprie, pessime scuse. Fey strinse i denti e bloccò la strada all’altarino, allargando le braccia.

“Suvvia, è una domanda innocua posta con sincera curiosità e nessun male in mente! Puoi rispondermi senza temere. D’altra parte, immagino che informazioni su di me siano state date senza timore, quando è arrivato il momento di tradirmi, dico bene?”

Dall’altarino provenne un cupo gemito d’ottone risentito.

“Lo so, lo so. Per questo ti chiedo di dimostrarmi ancora una volta la tua lealtà. Che cosa sai sul rìshí Baihu e a quale Nodo corrisponde la sua vita?”

Il responso di Va’Ilā si fece attendere. Fey tamburellò le dita sulla coscia, dapprima lentamente, poi sempre più impaziente. Fece per infilare di nuovo la mano nella tracolla per afferrare un paio di monete votive da aggiungere al proprio tentativo di corruzione quando le note lente e gravi di una marcia funebre presero a diffondersi nell’aria, disegnando un cerchio, alcune righe, la chiusura di un nodo. Fey osservò le note brillare e spegnersi nell’aria, ascoltando con attenzione ogni singolo campanellino. D’un tratto ci fu il silenzio, poi un’ultima, grave nota sostenuta.

“Oh? Ma davvero? Alquanto premuroso da parte sua…” Il rìshí si guardò intorno e socchiuse gli occhi.

“Ho un’ultima domanda per te. Dove si trova il prossimo pezzo della pergamena?”

Ci fu di nuovo un silenzio pensoso mentre Va’Ilā interrogava il Destino, poi un unico scampanellio secco. Fey annuì con un ghignetto vittorioso.

“Molto bene, ti ringrazio. E ora, a te il dono che ti ho promesso.”

Il rìshí allungò il fermaglio verso l’altarino. Famelico, il braccino di fumo si tese e afferrò l’amuleto, per poi ritrarsi velocemente oltre il legno intagliato. Un attimo dopo le tende di velluto si scostarono e rivelarono un viso candido come la neve. Va’Ilā sorrise, gli occhi ciechi chiusi mentre i capelli bianchi si confondevano con la nebbia della foresta.

“Fa’ attenzione, rìshí Long. Cerca di non metterti in guai peggiori di quelli in cui già ti trovi…”

Fey rimase a guardarla per qualche istante. Poi, come risvegliandosi da un sonno, afferrò i rivoli di sangue e li strappò dalla propria mano per restituire all’oracolo ambulante la libertà di vagare.

“Stammi bene, Va’Ilā” sussurrò mentre l’altarino scompariva in un turbine di vento.

Il rìshí si voltò, unì i palmi come in un cenno di preghiera e chinò il capo.

“Cinque di voi contro un umile pellegrino… Uno scontro piuttosto iniquo, non trovate?”

Dagli alberi intorno al sentiero sbucarono i visi sorpresi e sporchi di quattro uomini e una donna. Si guardarono tra loro, poi la donna prese la parola.

“Tu sei quello che cercano, amico. Dicono vivo o morto, ma morto è meglio per tutti, eh?”

La donna sputò a terra e i suoi compagni annuirono in un unico grugnito divertito.

“Più soldi per noi, Xixi. Il vecchio Liu potrà rifarsi tutti i denti in oro zecchino, eh, Liu?”

Dall’altro lato della strada, un gigante sdentato rise col naso nella perfetta imitazione di un porcello.

Fey sospirò e sollevò lo sguardo sul capobranco.

“Va bene, facciamo un paio di calcoli insieme. Se voi adesso mi attaccate, sarò costretto ad arrampicarmi su quell’albero – no, quello laggiù, signorina, sì, esatto, proprio quello. A quel punto avrò preso velocità sufficiente per piombare sul petto del vostro amico grufolante e colpirlo in piena faccia. Voi vi arrabbierete e passerete ragionevolmente all’attacco. Capite bene, tuttavia, che sarebbe per me solo questione d’istinto di sopravvivenza mettervi fuori gioco l’uno dopo l’altro. Se permettete che vi offra un consiglio, non attaccatemi. Lo dico per il vostro bene.”

Il gruppetto, intontito dalle troppe parole, si guardò intorno interrogativo. Poi Xixi diede il via all’attacco lanciandosi in pista con un grido sguaiato e una dao sfoderata.

Dall’altra parte della strada, Fey sollevò i palmi in aria mentre le vene azzurre iniziavano a pulsare più forte sui suoi polsi. Pieno d’energie dopo l’incidente avvenuto su Lantian, scattò verso l’albero nominato poco prima, posò un piede sul tronco e lo risalì sfiorando la corteccia con la punta dei piedi. Ruotò su se stesso, piantò un tallone sul tronco e si slanciò in una giravolta verso l’omaccione che, imbambolato, rimase a fissare a occhi aperti il dorso del piede di Fey avvicinarsi alla sua faccia e schiantarsi sulla sua mandibola.

Il rìshí atterrò accanto all’uomo privo di sensi e si voltò appena in tempo per parare la dao di Xixi con un braccio. Una smorfia d’intenso dolore gli attraversò il viso mentre la manica dello shenyi gli si incollava sulla pelle, zuppa di sangue. Caricò la propria energia sull’altro braccio e sferrò un pugno sull’addome della donna per allontanarla. Come un animale ferito, si avvicinò il braccio sanguinante al petto e si guardò intorno per valutare la situazione: i cacciatori rimasti sfoggiavano una mazza chiodata, un’altra dao e un pugnale.

Decise di affrontare prima l’uomo armato di pugnale, il più esile e giovane dei tre. Finse di scattare in quella direzione e, quando il ragazzo tentò un affondo, Fey gli afferrò il polso, strinse i denti e gli piantò il naso dentro il cranio colpendolo col palmo aperto. Aveva ancora il braccio del ragazzo stretto contro il petto quando il cacciatore di taglie con la mazza chiodata decise di sollevare la propria arma con l’intento di fracassargliela in testa. Strinse di più il braccio del ragazzo e si piegò in avanti per caricare un calcio che impresse la scarpa di Fey sulla guancia del cacciatore. Rintronato, l’uomo si lasciò cadere la mazza chiodata sulla testa e finì a terra. Fey aumentò la pressione della propria mano sul gomito del ragazzo e gli spezzò il braccio, disarmandolo del pugnale.

A pochi centimetri di distanza, il rantolo di morte dell’uomo con la mazza chiodata si fece strada tra le grida di dolore del ragazzo e raggiunse le orecchie di Fey. Un fremito attraversò la schiena del rìshí e i suoi occhi scintillarono di un turchese più vivo. Si ritrovò a fluttuare a pochi centimetri da terra mentre la sensazione estatica di nuovo potere tornò a scorrergli nelle vene. Si guardò le mani, sorpreso, e quella distrazione gli costò cara. Alle sue spalle, l’uomo ancora in piedi sollevò la dao in aria e affondò la lama sulla spalla del rìshí. Fey strinse i denti e i suoi piedi toccarono terra. Si voltò di scatto, fischiò sulla propria mano e un istante dopo le sue dita trafissero il petto dell’uomo e gli avvolsero il cuore. Lo strinse nella mano, guardò l’uomo negli occhi terrorizzati, e spremette il cuore fino a sentirlo esplodere, poi si scrollò di dosso il cadavere.

A terra, il ragazzo sopravvissuto tremava e gemeva di dolore mentre un’enorme chiazza di urina si allargava sui pantaloni luridi. Fey lo afferrò per una caviglia e lo trascinò da Xixi, ancora piegata a terra.

“Vi avevo avvisati. Che vi serva di lezione. Avanti, andatevene. Spargete la voce e sconsigliate caldamente ai vostri amici di farmi arrabbiare…”

Fey lasciò andare la caviglia del ragazzo, che si allontanò di scatto e si rannicchiò dietro Xixi, gli occhi chiusi per la paura. Fey sollevò gli occhi al cielo, poi finse di scattare in avanti. In men che non si dica, Xixi e il ragazzo si dileguarono tra gli alberi.

Il rìshí rimase a guardare la neve imbrattata di sangue. Con una smorfia constatò i danni, provando a muovere la spalla ferita, poi il braccio. Un mugolio attrasse la sua attenzione e spostò lo sguardo sull’omaccione ancora svenuto ai suoi piedi.

“Tu non mi sei di alcuna utilità…”

Si allontanò dall’uomo e si mosse in direzione del cadavere a cui aveva lasciato un profondo buco nel petto.

“Ma immagino che tu non abbia niente da ridire se prendo in prestito la tua testa, vero?”

Continua…

Colonna sonora consigliata: I Was The Sun (Before it was Cool) – Curtis Schweitzer
Immagine: Moorland Drifter di Artofryanyee

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Ember

A.I. writer e scrittrice creativa. Creo narrazioni per la carta e per i videogiochi. Racconto storie, plasmo mondi, distillo l'inconscio. Con attenzione ascolto e con sete e fame osservo.

2 commenti

loscalzo1979 · Ottobre 20, 2019 alle 2:07 pm

Bentornata <3

    Ember · Ottobre 20, 2019 alle 2:50 pm

    Grazie di cuore 💙

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