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Riassunto degli episodi precedenti: Dopo lunghe giornate di silenziosa navigazione, Fey rivela un inquietante dettaglio sul futuro.

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Che cosa sogna un rìshí? In molti si sono posti questo quesito. Una corrente di pensiero sostiene che la Vista sia completamente libera nei sogni, e dia quindi ai rìshí il potere di alterare il Futuro. Per questo, si dice, i rìshí non dormono mai. Altri, più fantasiosi e al tempo stesso concreti, ritengono che i rìshí dormano quanto qualsiasi essere umano ma s’incontrino nei sogni con gli dèi. Ora, non so quali rìshí conosciate voi, ma – sicuro come la morte – quel che stava sognando Fey Long prima che lo scossone dell’attracco gli facesse scivolare il gomito dal tavolo e sbattere la faccia sul legno era sicuramente una ciotola di manzo fumante.

Il giovane si pulì la bocca dalla saliva e si massaggiò la guancia arrossata aprendo a fatica gli occhi ancora intontiti dal sonno. Ci vollero qualche minuto e un paio di sguardi alla bottiglia di birra vuota e ai frammenti della pergamena sparpagliati sul tavolo per fargli fare due più due e spiegarsi il dolore lancinante alle tempie e la sensazione di essere stato travolto da un carro di buoi. Si stiracchiò il collo e lanciò un’occhiata alla finestrella della cabina. Un pallido raggio di luce si acquattò tra le travi per nascondersi dal clamore di ferri sbattuti e voci concitate. Al di là del vetro, il porto di Pige salutava il mondo con il suo buongiorno.

Dopo aver infilato in fretta e furia i frammenti della pergamena nella tracolla, Fey afferrò il cappello e uscì sul ponte. Di fronte a lui, una distesa di baracche si allungava sul molo nel tentativo di sfuggire alla nebbia proveniente dalla montagna. Un tentativo pressoché inutile, se me lo concedete. La nebbia di Pige troverebbe il modo di entrarvi anche nelle ossa.

“Splendida giornata, eh?” Fey si avvicinò a Nïum stiracchiandosi. Intento a ormeggiare la nave, il ragazzo rivolse al rìshí un cenno con la punta del naso. Non che spuntasse molto altro dal cappuccio foderato di lana malandata dentro cui si era rintanato. Fey lanciò un’occhiata di sottecchi alle mani del Ballerino: erano fasciate con misere garze di cotone che in una qualche fase della loro esistenza dovevano essere state bianche. Notò le dita viola tremare mentre stringevano e tiravano la cima di canapa.

“È… molto freddo…” constatò. Inclinò la testa per studiare la reazione di Nïum, poi si sfregò le braccia per sottolineare il concetto. Dal canto suo, il Ballerino rispose con uno sbuffo.

“Intuizione notevole. Se non ti conoscessi ti scambierei per un rìshí…”

Fey distolse lo sguardo nascondendo un sorriso divertito. Non vide, io credo, l’utilità di spiegare a Nïum come gli uomini e i rìshí avessero una diversa percezione del mondo. Si concentrò piuttosto sull’aria pungente che gli premeva le guance come una miriade di microscopiche manine. Chiuse gli occhi e si mise in ascolto.

“Pagami.”

“Mh?”

Quando riaprì gli occhi, si ritrovò la mano di Nïum sotto il naso. Il Ballerino incrociò il suo sguardo solo per un istante, poi spostò gli occhi sull’albero maestro alle spalle del rìshí.

“Ho delle faccende da sbrigare. Mentre te ne vai in giro a fare non-voglio-sapere-cosa devo fare rifornimento. Ci serve acqua, e del cibo. Mangi come un bue, te l’hanno mai detto? In ogni caso, pagami. Sono spese che non avevo messo in conto e sono causa tua.”

Il rìshí fece scivolare la mano nella tracolla e ne tirò fuori due monete d’oro che fecero sobbalzare il cuore di Nïum e spalancare i suoi occhi in due cerchi sbigottiti.

“Hai ragione. Ci servono provviste. Se ti avanzano soldi, comprati un equipaggiamento migliore per le mani. Se la mia Vista non m’inganna, ti cadranno a terra le dita prima di sera…”

Il Ballerino s’infilò le mani in tasca di scatto e fissò il rìshí per qualche istante. Poi socchiuse gli occhi.

“Mi prendi in giro…” sussurrò incerto.

Fey si sistemò il cappello sulla testa.

“Chissà…” soffiò, prima di spostare lo sguardo sul drago ricamato sull’hanfu. Con la punta delle dita ne percorse le linee sinuose e pregiate. Prese un respiro profondo e scavalcò la murata di Lantian per dirigersi verso il porto. Comprarsi un abito più adatto allo sguardo affamato dei Pigeien, concluse, poteva essere un’ottima idea per evitare di arrivare nudo al cospetto di Va’Ilā.

*

I piedi laccati si avvicendarono sul pavimento in un ticchettio ansioso e recalcitrante. Mentre un vento caldo e sabbioso creava onde lungo le linee dorate dei tendaggi, l’eunuco raggiunse l’enorme porta intarsiata e sollevò il pugno. Forse pensò che fosse il momento adatto per ripensarci e tornarsene da dov’era venuto, ma sapete anche voi come vanno queste cose. Disobbedisci al Principe e un paio d’ore dopo la tua testa finisce a decorare la Porta della Menzogna. Si asciugò il sudore dalla fronte lucida e spinse la lingua contro i denti per farli smettere di tremare, poi chiuse gli occhi e si decise a bussare. Quando spostò la mano sulla maniglia, il pallore del suo viso aveva raggiunto la stessa gradazione d’avorio delle colonne alle sue spalle. Si affacciò dentro la camera, ma solo quel tanto che era necessario per far udire la vocetta acuta.

“Divino rìshí, il Signore di Li chiede di voi…”

I fiori di giada bianca del fermaglio cerimoniale tintinnarono quando Feng voltò la testa per posare lo sguardo sull’eunuco. Velati come il suono ovattato di un corno da caccia, gli occhi del rìshí scrutarono l’ometto sulla porta per metterlo a fuoco, diventando a poco a poco più vividi e scintillanti. Le dita di Feng si strinsero intorno al rotolo di pergamena che stava studiando, poi la deposero sul tavolo con estrema cura. Rivolse all’eunuco un cenno con la testa e lo seguì lungo il corridoio in un frusciare di seta.

Al Palazzo dei Tre Astri si respirava aria di festa. Un crocchio di Cuori Onesti, gli unici servitori cui era concesso di avvicinarsi alla Corte Interna, si sfiorò le labbra cucite prima d’inchinarsi al passaggio di Feng. Non osarono sollevare lo sguardo sul rìshí che quella notte avrebbe incoronato il giovane Principe Shan Signore della Guerra, sebbene la tentazione di guardarlo in faccia li pungesse. Si raccontava – e forse lo avrete sentito dire anche voi – che gli occhi di Feng Baihu fossero in grado di scavarti nell’anima e leggere ogni tuo più intimo segreto. Non è un caso, se volete la mia opinione, che voci di questo tipo nascano e muoiano nelle case dell’oppio di Cirimin, dove sputare il rospo è l’equivalente metaforico di vedersi agganciare la lingua alla ruota di un carro.

L’eunuco superò un gruppo di bambini intenti a rincorrersi nel Giardino Centrale. Al più piccolo era stato affidato il compito di sventolare una bandierina dorata – incarico che aveva preso con una certa serietà, a giudicare dal vigore con cui scuoteva in aria la manina paffuta. Quando scorse il rìshí tra gli archi del portico squittì di gioia e scalciò con i piedini per reclamarne l’attenzione. Feng accennò un sorriso compiaciuto e l’ametista dei suoi occhi brillò sotto le ciglia rosse. Un istante dopo, l’eunuco spalancò la porta della sala del trono.

Le voci che fino a quel momento dovevano aver accompagnato il pomeriggio del Principe si spensero in un silenzio di tomba. Uno dopo l’altro, eunuchi dalla testa rasata e matematici dagli spessi occhialetti d’ottone imbracciarono le loro pergamene e lasciarono la sala. Seduto sul trono con un tomo aperto sulle gambe e lo sguardo di chi avrebbe ceduto volentieri parte delle proprie terre pur di non passare un’altra ora in compagnia dei funzionari del Tesoro, il Principe Shan appoggiò la testa alla mano e socchiuse gli occhi.

“Ti sei perso un colloquio affascinante, Feng. Ancora un po’ e avresti potuto traghettare la mia anima nell’aldilà…”

Il rìshí ignorò la provocazione e percorse il tappeto di porpora fino ai piedi del principe. Non s’inchinò ma sollevò il pugno e la mano tesa di fronte a sé in un cenno di saluto marziale, poi portò la mano all’elsa della jian e sollevò lo sguardo sul viso del giovane.

“Ebbene?”

“Ebbene, ho un indovinello per te.” Il Principe si alzò e raggiunse il rìshí per guidarlo verso la Finestra dell’Occidente. Al di là della sottile trama di fili d’argento intrecciati per comporre il ritratto di una tigre pronta a balzare in attacco, le placide acque del Fiume Zhan sembravano una distesa di mercurio. “Che cosa si rifiuta di pagare l’imposta sul riso nonostante abbia ricevuto un avvertimento la scorsa settimana?”

Feng soppesò la domanda mentre il vento sabbioso del Sud piegava le canne sulla riva. Lanciò una veloce occhiata al principe prima di tornare a fissare l’orizzonte. “Deve trattarsi di Meidu, suppongo.”

“Supponi bene. E supponi anche chi possa aver insinuato queste idee rivoltose nella testa dei Meiduien?”

La fronte del rìshí si corrugò. Mentre inclinava la testa, quasi fosse in ascolto di un suono lontano, i suoi occhi divennero opachi. Rimase in silenzio per qualche istante, poi sbatté le palpebre e rivolse al Principe un cenno di assenso.

“Posso trovarlo. Non sarà difficile.”

Shan annuì di rimando. Voltò le spalle al fiume e percorse la sala del trono con lo sguardo, poi portò la mano alla bocca per aggredire l’unghia del pollice. Dopo qualche istante sentì gli occhi di Feng sulle proprie spalle e, come se si fosse appena reso conto di ciò che stava facendo, allontanò le dita dalla bocca e si limitò a tamburellare i polpastrelli sull’elsa dorata della dao. Alla fine cedette e guardò Feng dritto in faccia.

“Che cosa devo fare con Meidu? Devo… devo procedere…?”

Il rìshí sorrise e socchiuse gli occhi. Le ciglia adombrarono il suo sguardo mentre lingue di un bianco luminescente si allungarono sul suo volto.

“Sono stati loro a volerlo, Principe Shan. Non vi resta altra scelta…”

Continua…


Colonna sonora consigliata: The Battle of Red Cliff – Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra
Immagine: The Emperor’s Soul – Imperial Wing Hallway di Lyraina
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Ember

A.I. writer e scrittrice creativa. Creo narrazioni per la carta e per i videogiochi. Racconto storie, plasmo mondi, distillo l'inconscio. Con attenzione ascolto e con sete e fame osservo.

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