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01. Trambusto alla Locanda
02. In fuga
03. Città del Vuoto
04. A lume di candela
05. La spia

Se non avete la più pallida idea di dove si trovi l’isolotto di Jia, fate parte di quella fetta di popolazione che non dovrà mai preoccuparsi di diventare cibo per i pesci per aver pronunciato la parola sbagliata al momento sbagliato. In tal caso v’invito a rimanere tra le pareti confortevoli della vostra inconsapevolezza e non arrischiarvi in un genere di vita che non farebbe per voi. Ma se è l’avventura che state cercando, se è il brivido dell’adrenalina ciò di cui avete bisogno per ricordarvi di essere ancora vivi, seguite il mio consiglio e tendete bene le orecchie. Ascoltate le conversazioni sottovoce tra i marinai, quando le candele si spengono e le amache cigolano ondulando insieme al mare. Se farete attenzione, sentirete parlare di “tizzoni roventi” e “fiumi di fantasmi ubriachi”. Tenete a mente queste parole se vorrete fare del contrabbando la vostra vita e un bel giorno, mentre starete confrontando l’orizzonte con lo scalpo di un qualche burlone che abbia pensato bene di tatuarsi in faccia la rotta del più grande segreto delle regioni dell’Est, vedrete spuntare in mezzo al mare l’isolotto di Jia.

Eccolo là, di fronte ai vostri occhi, un gioiello dell’ingegneria unico al mondo, un’isola di navi che sfida la gravità e se ne infischia delle regole. I visitatori abituali lo chiamano affettuosamente “lo Sheng”, e vi basterà guardare le colonne di giunche che s’impilano come due mastodontici pilastri e si congiungono in un ponte centrale sospeso sul mare per riconoscere l’ideogramma 升. Ai tempi delle Guerre Blu, quando il mare ribolliva del sangue dei marinai, c’era stata solo la nave ancorata di un visionario, una semplice stazione di rifornimento priva di gerarchie e di leggi, a disposizione di tutti coloro che si fossero trovati alla deriva. Ci vollero quindici anni, quattrocentottanta navi, seicento piccole giunche e scialuppe, una miriade di corde, bulloni e rinforzi, e una quantità tutt’altro che legale di Acqua d’Argento per costruire l’isolotto galleggiante dentro cui Nïum, seduto al suo tavolo preferito nell’angolo in fondo al Ponte, stava allargando le carte logore in un ventaglio di fiori di loto.

“Amici miei, questi sono quattro fiori supremi e la mia quinta vittoria!”

Un sorriso si allargò sul volto di Nïum mentre posava le carte sul tavolo e avvolgeva le dita intorno alla posta in gioco: una colonna di monete d’argento a cui un marinaio ormai al verde ma non così disperato da smettere di tentare la fortuna aveva aggiunto un ciondolo di bronzo dalla discutibile forma propiziatoria. “È un amuleto per la virilità!” aveva spiegato ore prima il marinaio sbattendosi la mano sulla pancia per sottolineare l’evidente efficacia dell’amuleto. Gli altri si erano limitati a fissare con disgusto il ventre traballante come gelatina dell’uomo e avevano deciso di comune accordo di non indagare oltre.

Un omaccione con la guancia solcata da una profonda cicatrice a forma di amo sbatté il pugno sul tavolo appiccicoso di birra. La colonna di monetine crollò e si sparpagliò sulle carte di Nïum.

“Lahyesoon, tu bari! Cinque volte di seguito è impossibile! Tu bari!”

Si udì il tonfo sordo di una pedata sotto il tavolo, cui seguì il goffo tentativo di distogliere lo sguardo di metà dei presenti. Quelli che avevano ancora gli occhi, s’intende.

Nïum fece strisciare la sedia sul pavimento e scattò in piedi. Si sporse verso l’omaccione, lo afferrò per il colletto e gli piantò gli occhi in faccia.

“Vuoi che t’incida l’altra metà di quel sorriso sulla faccia, Shim Yun?”

D’improvviso calò il silenziò nel Ponte dello Sheng, interrotto solo dal suono cristallino di un boccale sfuggito alla presa dell’oste e schiantatosi sul pavimento. Una polpetta di pesce söar scivolò dalla forchetta di un vecchio capitano, atterrò come un meteorite sul piatto lurido e inondò la barba candida del vecchio con schizzi di salsa di bambù. L’uomo non se ne accorse neanche, così come il suo compare, seduto accanto a una visitatrice dell’isolotto di Jia, non si rese conto di aver posato la mano viscida sulla coscia sbagliata e di star palpando il mozzo, a sua volta intento a sputare tutta la birra verde che aveva trangugiato per la sorpresa di assistere alla morte prematura di Shim Yun. Perché, vedete, era una specie di legge non scritta tra i marinai che bazzicavano lo Sheng che Nïum Lahyesoon non fosse tipo da fregare o provocare. Le prodezze acrobatiche del Ballerino e la quantità di fegato e talento che sfoggiava nel beffare le autorità governando una nave volante non registrata avevano fatto del giovane una leggenda degna di rispetto. Il resto lo aveva fatto la sua tendenza alla rissa perenne.

Nïum strinse più forte il pugno sul colletto dell’uomo, che decise di alzare le mani in segno di resa e rimandare il proprio suicidio di qualche anno.

“Non voglio problemi, Lahyesoon… Dico solo che cinque volte di seguito… Non è giusto, eh? Voglio dire… Sei l’ultimo che sente del Vermiglio e corre qua e nemmeno si mette in fila e se lo porta via… Non è giusto…”

“Stai dicendo che ho barato?”

“Sto dicendo che non è giusto che sei l’ultimo e ti porti via tutto il Vermiglio…”

“Quindi stai dicendo che vuoi che ti spacchi la faccia, ho capito bene?”

“Sto dicendo che è strano, solo strano, che proprio tu…”

“Che proprio io ti lanci fuori dallo Sheng e navighi sulla tua carcassa con la chiglia di Lantian? No, non è strano, è proprio ciò che farò!”

“Calma, calma!” La voce profonda di Gerkin ruppe il silenzio nel Ponte. Il marinaio si alzò in piedi e posò una mano sulla spalla di Nïum. “Rilassati, fratello. Shim Yun, qui, sta cercando di chiederti scusa, vero, Shim Yun?”

L’omaccione calvo annuì e sfoggiò un sorriso marcio e nervoso. Nïum lasciò la presa e si allontanò dal tavolo per dirigersi al bancone, dove ordinò il sesto sorgo fermentato della serata.

“Devi darti una calmata, fratello. Non ti ho mai visto così nervoso in trent’anni che ti conosco…” Con la schiena appoggiata alla sbarra d’ottone del bancone, Gerkin lanciò un’occhiata inquisitoria al ragazzo. “Qualcosa non va?”

Nïum bevve un sorso di sorgo e sbatté il boccale sul bancone appiccicoso. “La fame rossa non va, Gerkin. Le tasse di Li. Le miniere d’Acqua d’Argento. Il mio stramaledetto passeggero!”

“Ehi, ehi. Ascolta, sono questioni serie, ma puoi farci qualcosa? No. Allora limitati a fare quello che hai sempre fatto. Prendi il largo e vivi alla giornata, contrabbanda quel che ti passa per la testa, vendi a quei dementi dei Periván le loro anguille elettriche, e cerca di andare avanti come tutti. Non ci puoi fare niente. E il tuo passeggero gettalo in mare, ma prima fregagli i soldi. Facile.”

Nïum si guardò le mani e assaporò per un attimo l’idea di spingere Fey in acqua. Per quanto il pensiero lo divertisse, fu percorso da un brivido quando si rese conto di non provare soddisfazione ma, al contrario, repulsione all’idea di compiere un gesto simile nei confronti del rìshí. Sospirò e lanciò un’occhiata distratta al tavolo dove erano partite le scommesse per l’ultima posta in gioco: la coda del Vermiglio.

Se fino a questo momento avete creduto che le parti più pregiate del Vermiglio fossero le più grosse, come la testa o l’intestino, mi spiace dirvi che siete stati fregati. Certo, potete arrivare a guadagnarci cento, forse duecento monete d’argento se le vendete a degli allocchi, ma aprite bene le orecchie. La ricchezza del Vermiglio sta nelle sue parti più piccole, nelle chele, nel cristallino degli occhi, nella polpa dei tentacoli da cui si ricava un balsamo allucinogeno da spalmare sulle labbra. Era proprio a quest’ultimo che aveva puntato Nïum, appena arrivato allo Sheng, e che aveva vinto al primo giro di carte. L’idea era di venderne i due terzi ai porti giusti e tenere il resto per sé, per divertimento. Aveva poi partecipato alle partite che gli sarebbero state più redditizie, calcolando la probabilità di ritrovarsi al tavolo con giocatori troppo abili e il rischio di perdere le parti del Vermiglio che sarebbe riuscito a piazzare meglio. E no, non c’entra niente la sete di denaro, se è questo che state pensando. Per quanto Nïum amasse la sensazione delle monete sonanti nelle tasche, non aveva fatto del contrabbando la sua strada per avarizia. I soldi gli servivano per Lantian, per comprare pezzi di ricambio e migliorie, ali più solide, vele più potenti, e qualche nuovo congegno all’avanguardia che, girava voce, sfruttava il vapore delle Pietre Roventi di Miong.

Nïum finì il boccale di sorgo e si diresse di nuovo verso il tavolo delle scommesse. Voleva assicurarsi la coda del Vermiglio che, con un po’ d’Acqua d’Argento, avrebbe apportato un’accelerazione notevole alla velocità della sua Lantian. In cambio era disposto a cedere il cervello dell’animale, un ingrediente d’eccellenza per alcuni piatti considerati illegali negli Stati di Li, ma venduti comunque alla bellezza di seicento monete d’argento al vassoio. D’altra parte, però, il rìshí aveva intenzione di spostarsi a Nord e la rotta prevedeva troppa navigazione sotto il sole cocente per poter mantenere il cervello in buono stato. Una volta raggiunto il primo porto sarebbe stato già avariato e, di conseguenza, invendibile.

Non appena Nïum scostò la sedia dal tavolo per proporsi come sfidante, i suoi compagni di gioco si alzarono e dileguarono come un pugno di mosche spaventate. Il Ballerino sollevò il mento e si trattenne dal rivelare un sorriso trionfante. Aveva puntato sulla codardia dei suoi compari, sfruttando una strategia che aveva rinominato “Gioco di Miele e Frusta” e che consisteva essenzialmente nell’indurre un tale terrorismo psicologico nella mente dell’avversario da rimanere l’unico contendente per le poste in palio migliori. Si sfregò le mani e s’infilò le monete vinte fino a quel momento nelle tasche dei pantaloni.

“Bene, se nessuno ha niente in contrario, la coda del Vermiglio è mia. È stato un piacere fare affari, ragazzi…” mormorò stiracchiandosi, deciso ad andarsene a dormire. Fu in quel momento che dal fondo del Ponte si levò una voce.

“Non così in fretta, Lahyesoon.”

Per la seconda volta nella storia, lo Sheng ammutolì di colpo e un altro boccale finì in frantumi sul pavimento: il nuovo aiuto cuoco era un ragazzino ancora imberbe e con una scarsa abilità di gestione degli imprevisti.

Nïum s’irrigidì e, riconoscendo l’origine della voce, non si voltò a degnare di uno sguardo la donna seduta dall’altro lato del Ponte con la sedia inclinata e gli stivali sul tavolo. Le altre teste, invece, si voltarono di scatto con un mormorio eccitato. Non c’era donna o uomo di mare che non conoscesse la storia dell’occhio sinistro di Katalu, di come lo avesse perso e di come le guardie delle miniere d’Acqua d’Argento le avessero bruciato le mani, che da allora era stata costretta a coprire con guanti d’iguana. Tutt’intorno a Nïum, gli avventori dello Sheng stavano cercando di decidere se guardare quella donna con ammirazione o con timore. Nïum, dal canto suo, non aveva dubbi circa le proprie emozioni.

“E tu che accidenti ci fai qui?”

Katalu sbatté il boccale di sorgo sul tavolo e si alzò in piedi. Per un breve istante, mentre si faceva strada tra le sedie ammaccate e le pozze appiccicose di liquore sul pavimento, i capelli le scoprirono l’occhio le cui palpebre erano state cucite con fili di Peridot. Qualcuno tra gli ubriaconi delle ultime file decise di tirare fuori la propria vena romantica con un fischio d’apprezzamento e si ritrovò il pugno di un collega dentro la bocca. Mi sento di affermare che con ogni probabilità fu quella rissa l’unico motivo per cui riuscì ad andarsene dallo Sheng sulle sue gambe.

Nïum strinse i denti e sollevò il mento con fare di sfida mentre la donna lo raggiungeva, scuoteva le spalle e faceva un cenno verso la colonna sinistra dello Sheng, dove le giunche erano state adibite a locanda.

“Sono stata ingaggiata per governare una nave di mercanti. A differenza tua, mi guadagno da vivere in modo onesto.”

Le orecchie del Ballerino dell’Acqua avvamparono mentre conficcava le unghie nei palmi delle mani. In qualche modo avrebbe voluto rispondere che anche lui stava trasportando un cliente in maniera quasi legale, ma si trattenne. Potete dire qualsiasi cosa su Nïum Lahyesoon, sul suo carattere burbero e lo sguardo di chi risolverebbe volentieri ogni discussione con una sana scazzottata, ma non ne potrete mai negare la lealtà. E ciò che lo legava a quel rìshí, la cui testa era ricercata in tutti gli Stati di Li, poteva essere definita, se vogliamo, un qualche parente alla lontana della lealtà.

“Beh, è stato un piacere rivederti. A mai più, mh?” tagliò corto girando sui tacchi e dirigendosi verso la colonna destra dello Sheng. Di certo non avrebbe potuto prendere a pugni una donna, per quanto quella donna avesse l’innata capacità di fargli sperimentare un insolito prurito sulle dita, quindi decise di ignorarla e tornarsene su Lantian per trascorrere la notte in santa pace. Alle sue spalle, però, Katalu non era dello stesso avviso.

“Ho detto ‘non così in fretta’, Lahyesoon. Il fatto che nessuna di queste meduse ubriache abbia il fegato di sfidarti non significa che non voglia farlo io.”

Nïum prese un profondo respiro, socchiuse gli occhi, stiracchiò il collo da un lato e dall’altro, tirò indietro le spalle e si voltò a sovrastarla. Più alto di lei di una testa e mezzo, la guardò con le mani in tasca e un rinnovato interesse.

“Il coraggio non ti manca, Occhi Belli, ma la fortuna?” Rivolse un cenno con il capo verso il tavolo da gioco dove Shim Yun, con la testona lucida stretta tra le mani, stava ancora frignando per la perdita della chela del Vermiglio. Katalu scoppiò in una risata fragorosa e gli puntò un dito contro il petto.

“Cosa sei, un bambino? Intendo una sfida vera!”

Il volto di Nïum s’increspò in una risata di puro sarcasmo.

“Vuoi davvero correre contro la mia Lantian? Con un mercantile? Sei pazza oltre che orba o cosa?”

Il Falco dei Mari, tanto leggera sull’acqua quanto letale, non si lasciò intimidire. Fissò gli occhi di Nïum per qualche istante, poi si voltò e tese la mano di fronte a sé.

“Gerkin!” pronunciò verso il diretto interessato. Spalmato contro il fondo del Ponte, Gerkin trasalì.

“Prestami la tua nave!”

“Perché io?!” protestò quello di rimando.

Katalu fece roteare gli occhi al cielo.

“Perché altrimenti ti tirerò un pugno in faccia così forte da buttare giù quei due bei dentini che ti rimangono. Che ne dici?”

Gerkin accettò. Nessuno avrebbe potuto negare che Katalu avesse ottime doti retoriche, e la sua era stata un’argomentazione molto persuasiva.

La donna si voltò e rivolse a Nïum un sorriso furbo.

“Adesso ho una nave. Domani all’alba, 1200 klanmin dalla costa. Ci stai?”

Nïum si grattò il mento. In fondo, l’idea della sfida lo stuzzicava. Tese la mano e strinse quella guantata di Katalu.

“Andata.”

*

Quando Nïum bussò alla porta degli alloggi di Fey, gli apparve davanti un ragazzo più emaciato del solito, con due occhiaie profonde.

“Ehi, amico. Hai una cera pessima. Sei sicuro di stare bene?”

Fey annuì e si tolse i capelli dal viso cercando di darsi un contegno.

“È solo mal di mare… Stiamo partendo?”

“Anche meglio! Stiamo gareggiando. Lunga storia, sono stato sfidato e ho un onore da mantenere alto. In ogni caso, volevo dirti di reggerti forte e, soprattutto, di stare fuori dai piedi.”

Guidato dal suo proverbiale rispetto verso la volontà di Nïum, Fey recuperò il cappello e seguì il ragazzo sul ponte. Il Ballerino corse a piedi nudi sulle travi di legno umido di salsedine e saltellò da un albero all’altro per spiegare le vele e orientarle in direzione del vento, poi raggiunse il cassero e afferrò il timone. Fischiettando un motivetto orecchiabile, si alzò sulle punte e cominciò a muovere qualche passo in avanti per allontanarsi dalla banchina dello Sheng. Fey lo raggiunse poco dopo, aggrappandosi alla balaustra nel tentativo di nascondere la fatica di quei movimenti, e rivolse all’isolotto di Jia un sorriso incantato.

“Guardalo… Mi domando come sia dormire una singola notte in una tale meraviglia… Quali sensazioni si provano, quali suoni si percepiscono?”

“I suoni soddisfatti di chi ha trovato compagnia per la notte, poeta” tagliò corto Nïum mentre raggiungeva il punto prestabilito per l’incontro, i capelli arruffati e sporchi di sale appena smossi dalla brezza. Lanciò al rìshí un’occhiata in tralice, poi sospirò.

“È una bella sensazione. Non so dirti per gli altri, ma per i Ballerini è un po’ strano. Certo, abbiamo tutti gli stivali, ma si sente comunque qualcosa sotto i piedi. Come una storia antica, un canto lontano… Sai quando i vecchi ti raccontavano storie da bambino? Ecco, è come ricordare qualcuna di quelle storie, una sensazione lontana ma familiare…”

In silenzio, Fey lo ascoltò senza mai abbassare lo sguardo dallo Sheng, un colosso di legno, vetro e vele lontano nel mare. Nïum si grattò il mento, perplesso.

“Con tutti i soldi che hai non puoi permetterti una camera per una notte?”

Fu in quel momento che Fey si concesse una breve, timida risata.

“Mio ingenuo pesciolino, come potrei? È troppo rischioso. Se dovessero riconoscermi dovrei farli fuori tutti…” Allargò le braccia e il vento s’insinuò nelle maniche ampie dell’hanfu color lino giocando e attorcigliandosi intorno ai suoi polsi. “E diciamocelo… Con la mia prorompente personalità non passo certo inosservato…”

Ancora in attesa di Katalu, Nïum si appoggiò sul timone e ignorò l’occhiolino del rìshí.

“In effetti è da un po’ che ci penso… Hai idea di quanto sarebbe più facile spostarsi se ti vestissi come tutte le persone normali?!” Gli rivolse un cenno con il mento. “È proprio necessario tutto questo sfarzo, tutta questa… che è, seta? Immagino che tu sia troppo delicato per vestirti come un marinaio, ma così è come se andassi in giro gridando: ‘Ehi, guardatemi! Sono il rìshí Long dei Padiglioni di Perla! Sì, le cose che dicono su di me sono vere e c’è una taglia sulla mia testa! Venite a prendermi!’.”

Sul viso pallido di Fey baluginò l’ombra di un sorriso. Si posò la mano sul petto all’altezza del livido nascosto dall’hanfu e diede le spalle a Nïum per rivolgere la propria attenzione al mare. Sconfinato, luccicante di sole, si stendeva sotto i loro occhi come una lastra di cristallo sottile, una teca senza spigoli che lasciava intravedere coralli magenta e lunghe murene guizzanti.

“Non posso darti torto… eppure…” Allontanò le dita dalla stoffa e le strinse intorno alla balaustra di Lantian per sorreggersi. “Non voglio che le persone si dimentichino di me… Sono ancora vivo, anche se decaduto, e non permetterò che questa situazione si prolunghi ancora. Io sono e rimango il rìshí Long.”

Per la prima volta in quasi trent’anni, Nïum lo guardò con curiosità. Dall’inizio del loro viaggio non era mai successo che Fey menzionasse i fatti accaduti ai Padiglioni di Perla. Aprì la bocca per cogliere l’occasione e porre le proprie domande, ma s’interruppe, serio di colpo.

“Eccola…” mormorò risollevandosi dal timone, gli occhi dorati simili alle fessure sottili con cui i felini studiano le loro prede. Fey inarcò un sopracciglio e seguì lo sguardo dell’amico fino a una piccola nave che riconobbe come Xiaonü, governata stavolta da un capitano ben più avvenente del povero Gerkin.

“Sei stato sfidato da una donna?” Sorpreso e ben attento a nascondere il proprio sguardo col cappello di bambù, Fey studiò la ragazza che passava accanto a loro in silenzio.

“Abbiamo un conto in sospeso, io e lei. Ora sta’ zitto e reggiti forte.”

Katalu si avvicinò alla murata di Xiaonü, posò uno stivale sulla balaustra e tirò su un guanto. Sulla sua spalla, un falco bendato annusava il vento.

“Ti sei portato la scorta, Ballerino?” domandò la ragazza rivolgendo un’occhiata veloce a Fey.

“Potrei chiederti la stessa cosa…” rispose Nïum indicando il falco. “Vuoi vincere sporco facendomi staccare gli occhi durante la gara?”

“È un’idea allettante, non ci avevo pensato. Grazie, quasi quasi la seguirò.”

“Vediamo di darci una mossa e finirla con questa pagliacciata. A differenza tua, non ho tempo da perdere.”

Nïum inforcò gli occhiali da aviatore.

“Molto bene. Le regole sono semplici, dovrebbe capirle anche un totano lesso come te. Quando Shizi spiccherà il volo, quello sarà il segnale della partenza.” Katalu indicò l’isolotto di Jia alle loro spalle. “Il primo che passa sotto il Ponte dello Sheng vince e si porta via la coda del Vermiglio. Pensi di riuscire a farcela?”

“E tu pensi di riuscire a sopportare il peso della sconfitta? Non credere che ci andrò piano con te per i tuoi… infortuni… Non mi fai compassione.”

“Non chiedo di meglio…”

Katalu si umettò le labbra in un sorriso di sfida, girò sui tacchi e raggiunse il timone. Quando Nïum abbassò lo sguardo, trovò Fey sul punto di esplodere.

“Non dire una parola…”

“Che caratterino…”

“Sei avvisato, se cadi in mare sono affari tuoi. Non torno indietro a riprenderti.”

“Dove l’hai conosciuta?

“Ti lascio annegare, rìshí!”

“Va bene, va bene… Agli ordini, capitano!”

Rosso in viso per l’irritazione, Nïum afferrò più saldamente la barra. I piedi nudi scottavano sulle travi di legno bagnate dal sole ma non ci fece caso. Amava quella sensazione ruvida di granelli di sabbia e suaria levigata dall’usura. L’avrebbe riconosciuta anche a occhi chiusi.

“Lantian…” sussurrò, accarezzando il timone. “Abbiamo un bottino da conquistare. Sei pronta? Mi affido a te…”

Proprio in quel momento Shizi lanciò un grido e si alzò in cielo con le ali possenti spalancate nel tentativo di abbracciare il sole. Nïum trasalì e cominciò a correre sul posto. L’Acqua d’Argento dei suoi piedi sembrò sciogliersi e diffondersi sul legno della nave, legando Nïum a Lantian, facendo di loro un’unica creatura. Fey finì a terra, colto alla sprovvista dalla velocità di Lantian che in men che non si dica si era lasciata alle spalle la misera Xiaonü guidata da una donna che non la comandava, che non ne conosceva il cuore e gli intimi segreti, e che era destinata a non conoscerli mai, ritenendo una nave una semplice casa che si muove sul mare. Come immaginerete, il discorso è ben diverso per i Ballerini. Ah, navigare. Navigare per loro è vivere.

Fey si tirò su e si aggrappò a una fune per mantenere l’equilibrio. Incuriosito dal legame tra Nïum e Lantian, spostò lo sguardo sui piedi del Ballerino mentre le vene sui propri polsi sembravano pulsare, sempre più azzurre. Provò l’insano impulso di allungare la mano e sfiorare l’Acqua d’Argento che si spargeva sulla nave in sottili rivoletti simili a serpenti luccicanti, ma si trattenne. Sollevò invece lo sguardo su Nïum intento a ballare, concentrato nel proprio mondo di onde, di vento, di correnti e di vele. Un vero figlio del mare, penserete. Un tutt’uno col mare, aggiungerei io.

Al loro fianco, Katalu aveva imboccato una rotta di vento favorevole e aveva riacquistato velocità, raggiungendoli con le vele spiegate. Nïum le lanciò un’occhiata frettolosa, poi tornò a guardare di fronte a sé. Lo stretto Ponte dello Sheng si stava avvicinando e non poteva permetterle di raggiungerlo insieme a lui. Gridò a Lantian di correre più forte, di danzare sul mare, batté i piedi sul legno e le offrì tutta l’Acqua d’Argento della sua vita. Senza che Fey potesse fare nulla per controllarlo, l’Occhio della Vista sulla sua fronte si spalancò, luminescente e inquisitorio, mentre l’Acqua d’Argento sulle travi scivolò fino a lambire il suo hanfu. Strinse i denti e gli occhi persero di vista Nïum, Lantian, il mare, le colonne dello Sheng sempre più vicine, e si ritrovano a osservare palafitte in fiamme, braccia e gambe smembrate che giacevano a terra come macabri fiori in un campo inzuppato di sangue. Draghi cobalto cominciarono a intrecciarsi ai suoi polsi quando sollevò la mano di fronte a sé per attrarre altri dettagli della visione. Un attimo dopo, tutto andò in pezzi. Il grido di Nïum lo riportò alla realtà e, quando sbatté le palpebre, trovò il Ballerino impegnato a virare con tutte le sue forze. L’Acqua d’Argento era tornata ai suoi piedi e voci confuse stavano gridando frementi d’eccitazione. Non solo Katalu aveva affiancato Lantian, ma non accennava neanche a tirarsi indietro. Il lembo di mare tra le due colonne dello Sheng si fece a mano a mano sempre più sottile, sempre più minuscolo, finché non divenne evidente che ci sarebbe stato posto per una sola nave, un solo vincitore. Fu allora che Nïum scelse l’amore alla gloria. Spinse i talloni contro il legno di Lantian e la pregò di fermarsi per non finire sfracellata contro lo Sheng. Piuttosto che un simile destino, meglio la sconfitta: fu questo che, a mio modesto parere, pensò.

Riluttante, Lantian obbedì al tocco gentile del suo capitano e virò con dolcezza, lasciando a Katalu lo spazio necessario per superarla e tagliare il traguardo. Un boato di grida si sollevò dallo Sheng per salutare la leggenda appena nata.

Strisciando i piedi a terra, Nïum superò il Ponte nella vergogna di essere stato battuto e si lasciò crollare sul timone. Quando sollevò lo sguardo, si ritrovò di fronte Katalu che, scavalcata la balaustra di Xiaonü con un saltello e attirato Shizi sul proprio avambraccio, era venuta a porgere omaggio al perdente. Nïum sollevò lo sguardo fiero per non dare alla donna la soddisfazione di vederlo in quello stato. Dal canto suo, lei sorrise, si alzò sulle punte e gli diede un buffetto scherzoso sulla guancia.

“Non piangere, Occhi Belli. Sarà per la prossima volta…”

Katalu strizzò il suo unico occhio, diede le spalle al ragazzo e se ne andò a gustarsi la propria vittoria.

Il Ballerino dell’Acqua rimase immobile a fissare il punto dove alcuni istanti prima si era trovata la ragazza. Quando Fey lo raggiunse e gli posò una mano sulla spalla, strinse i pugni.

“È una Shuihuien anche lei?”, domandò il rìshí, seguendo con lo sguardo Katalu che spariva dentro le colonne dello Sheng.

Nïum grugnì in un assenso, si scrollò la mano dalla spalla, scavalcò la balaustra e saltò sul ponte, diretto alla sua cabina nel più totale silenzio. Fey lo seguì pigramente con lo sguardo. Una volta rimasto solo, sollevò il cappello di bambù dal viso e lasciò gli occhi azzurri liberi di scintillare, più brillanti. Fece schioccare la lingua.

“Oh, mi piace…” sussurrò.

Continua…

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Colonna sonora consigliata: The Beat Festivities – Masakatsu Takagi
Immagine: The BridgeLands di Christopher Bradley
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One thought on “PILGRIM: Episodio 6 – Occhi Belli”

  1. L’ho aspettato per settimane, e insieme a Lantian, hai portato anche la brezza del mare e l’odore salmastro dei pesci che sono rimasti troppo tempo fuori dall’acqua… adoro quest’atmosfera. Come sempre, leggerti significa lasciarsi avvolgere dalle tue parole e farsi guidare tra le tue immagini

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