Tempo di lettura: 4 minuti
Colonna sonora consigliata: Panoramas – August Wilhelmsson

Si sfregò via le lacrime dalle guance. Non poteva permettersi di piangere, non era il momento. Se le si fosse offuscata di nuovo la vista, sarebbe inciampata e i Cani l’avrebbero raggiunta. Solo che, stavolta, non avrebbero avuto pietà di lei: non puoi essere così fortunata per due volte di seguito nella stessa sera. Frenò l’istinto di portare la mano alla bocca e soffocare i singulti, sapeva che piegare il gomito l’avrebbe sbilanciata. Avvertì il pianto premerle contro lo sterno, come se fosse sul punto di esploderle in mezzo al cuore e renderla una bomba umana nella nebbia ocra. Immaginò pezzetti di carne e stracci malconci disseminarsi sull’asfalto in una macabra pioggia. Che cosa ne avrebbero fatto i Cani?

Si arrampicò con un salto su un container di modeste dimensioni e si appiattì sulla superficie per riprendere fiato. Premette la guancia sul metallo tiepido e ascoltò il rombo affannato del cuore martellarle nelle orecchie. Il dolore che avvertiva sulle labbra le riportava alla mente la parola “amaro”. Come quando per cena c’è la brodaglia, pensò, e tu sei lo sfigato a cui tocca il cucchiaio ossidato. In lontananza, cinque coni di luce fendettero la nebbia.

Cåmila strisciò sul container alternando movimenti repentini dei gomiti alle lunghe spinte delle gambe. “Sono una rana,” si disse, “cresciuta nelle fogne, alle fogne destinata.” Mentre le dita si allungavano sul metallo e stringevano saldamente il bordo del container, si concesse di chiudere per un istante gli occhi. Sperò di trovarvi Svēn, acquattato sotto le palpebre con quel sorriso furbo e lo sguardo troppo dolce per la sua stazza da Orso dei Canali Neri. Il suo desiderio fu esaudito da un genio dal senso dell’umorismo discutibile. Rivide i Cani avventarsi su quegli occhi troppo dolci, la manona che per anni aveva posato impacciati buffetti sui suoi capelli biondo cenere affogare in un lago di sangue. Come un pesce che boccheggia, pensò Cåmila. Come un pesce che soffoca, muore e si spegne.

Lo stormo di voci alle sue spalle la riportò alla realtà. Riaprì gli occhi e frugò nervosamente nella borsa alla ricerca dell’aeroforo. Se lo infilò in bocca, assicurandosi che aderisse perfettamente ai denti, e fece scattare l’interruttore sul palato. L’asticella d’acciaio si allungò istantaneamente, raggiunse l’epiglottide e cominciò la sua fastidiosa scalata lungo la faringe, dove si diradò in due rami che percorsero il naso fino a tapparle le narici. Ci fu il solito attimo di soffocamento, il solito senso di spaesamento. Stavolta, però, fu accompagnato da quell’amaro sapore metallico che non accennava a sparire, e dalla sensazione di avere le labbra bloccate, come se un collezionista di farfalle si fosse divertito ad infilzarle la bocca con degli spilli per appuntarla alla pelle in una smorfia di profondo, indicibile dolore. Cåmila contò quietamente.

Uno.
Due.
Tre.

L’aeroforo le spruzzò l’ossigeno puro nella trachea proprio quando le gambe si slanciarono nella nebbia. Spiccò il volo come un angelo e per qualche breve istante s’ingannò di poterlo essere davvero: un angelo della superficie, a cui fosse concesso nuotare nell’aria. Precipitò nell’acqua verde petrolio, invece, e si ritrovò a sguazzare nella melma, l’elemento a cui apparteneva. La membrana nittitante le ricoprì gli occhi ed emanò tutt’intorno una sommessa aura color ciano. Si portò le mani davanti al volto per cominciare la discesa nei Canali Neri. “Uno a zero per me, bastardi!” pensò, spalancando le dita palmate per sfruttare a pieno il vantaggio in velocità. In fondo, anche la mutazione aveva il suo lato positivo.

Quando riaffiorò in superficie, la nebbia ocra si era dissolta in un più distinto spiccare di colori. Il neon viola della taverna di Tøbias quasi le ferì gli occhi. Non lo nascose e si coprì apertamente con l’avambraccio mentre risaliva il pontile e raggiungeva il crocchio di amici che la stava aspettando. Non appena scorse il viso rugoso di Mama Tyy, sentì il cuore stringersi nella morsa di gelide dita. Gelide dita morte, per la precisione.

“Papa?” chiese la vecchia, la voce strozzata in un dignitoso, spaventato sussurro. Cåmila si costrinse ad affrontare quegli occhi lucidi di pena, biglie color mercurio dentro cui scorse, riflesse, le ombre antiche dell’amore che l’aveva legata a suo padre. Il sapore amaro nella bocca si fece penetrante, come se un enorme spillone le avesse infilzato anche la lingua. Abbassò lo sguardo, scosse la testa. La vecchia capì e non chiese altro.

“Ci sei riuscita, Cåmila?” domandò Kurt, posandole una mano sulla spalla. La ragazza sobbalzò, lo guardò negli occhi, lo mise a fuoco lentamente. Poi annuì ed estrasse dalla borsa una scatolina minuscola. L’aprì con cura mentre venti cuori sembravano fondersi in un unico organismo, un unico grande polmone che tratteneva il respiro. Cåmila allungò la mano verso il centro del gruppo e dischiuse le dita rivelando i cinque semi che aveva rubato, per cui aveva lottato, per cui aveva perso un padre. I cinque piccoli semi che, germogliando in alberi rigogliosi, avrebbero riportato la vita nelle fogne, e l’aria.

Certo, non era molto.
Ma per un nuovo inizio, si disse, poteva bastare.

4

Ember

A.I. writer e scrittrice creativa. Creo narrazioni per la carta e per i videogiochi. Racconto storie, plasmo mondi, distillo l'inconscio. Con attenzione ascolto e con sete e fame osservo.

2 commenti

falena · Novembre 25, 2017 alle 4:05 pm

E’ la prima volta che leggo un tuo post. Il tuo racconto mi ha rapita e la colonna sonora è perfetta. Ora provo a leggere tutto il blog 😀 Complimenti!

    Ember · Novembre 29, 2017 alle 7:09 pm

    Mi scuso tantissimo per il ritardo!
    Grazie di cuore per queste tue parole. Mi fanno piacere e mi regalano un sorriso. Spero di rivederti presto tra queste pagine 🙂

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